Birmania, non trattiamo il piccolo Mohammed come un gattino di internet

mohammedQualcuno ha osservato che la straziante foto del piccolo Mohammed Shohayet, il profugo birmano di 16 mesi annegato con mamma e fratellino nel tentativo di attraversare il fiume Naf per fuggire in Bangladesh dall’Arakan birmano, serve a rompere l’indifferenza. Così come era stato con quella di un’altra incolpevole vittima dell’impasto di conflitti, intolleranza e povertà: Alan Kurdi, il bimbo curdo-siriano di tre anni affogato nel settembre 2015 e ritrovato senza vita su una spiaggia di Kos, una delle tante isole greche dove fra pochi mesi andremo in vacanza. Non credo che sia così.

Al contrario immagini tanto sconvolgenti, che senza dubbio hanno colpito in profondità il nostro immaginario, sembrano tuttavia servire solo come eccezioni che confermano la regola. Insomma, come periodici esercizi d’indignazione da social network nel quale torniamo a dividerci, a discutere saccentemente di equilibri internazionali o, nella migliore delle ipotesi, a scoprire che toh, dietro l’angolo c’è un altro genocidio, l’ennesimo.

Di cui ovviamente non conoscevamo alcunché.

In questo caso quello del milione di musulmani rohingya, una delle minoranze più martoriate al mondo. Perseguitati dalla giunta militare birmana e dalla popolazione a maggioranza buddista, hanno timidamente iniziato a occupare le pagine dei nostri giornali e dei siti dal 2012. Neanche la tanto celebrata Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace e leader della Lega nazionale per la democrazia che dal 2015 domina il Parlamento e la presidenza pur in convivenza forzosa con l’esercito, sembra voler o poter far nulla.

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Segno che le storie non sono mai bianche o nere. Ma lo si scopre sempre troppo tardi.

È vero che ci occorre concretezza per spingerci a ragionare, a informarci, a prendere posizione. L’ho per esempio sostenuto all’epoca del dibattito sui contenuti diffusi dall’Isis. Il punto è che quella concretezza – penso per esempio allo scatto del piccolo Omran, il bambino siriano immortalato sanguinante e scioccato in un’ambulanza ad Aleppo, intorno al quale sono saltati fuori retroscena piuttosto contraddittori – rischia di essere fine a se stessa. Un fuoco fatuo, un miraggio d’impegno, un colpo sparato a salve. Peggio: un riflesso pavloviano dato in pasto all’opinionismo da bacheca dai media internazionali. Come è evidente, non c’è servizio peggiore che si possa rendere alla dignità di quelle vittime: trasformarle in qualcosa di poco superiore a un qualsiasi meme, a un lolcat, a una gif. A una delle tante stupidaggini da consumare, commentare e dimenticare. Basta. Fermiamoci.

La concretezza dovrebbe infatti servire a qualcosa, per non moltiplicare la portata della propria tragedia. In Siria non sembra essere andata così: la mobilitazione si è ridotta a un funerale digitale mondiale. Forse in Birmania andrà diversamente, perché il corpicino di Mohammed immerso nel fango contribuirà ad aumentare la consapevolezza su quello sterminio? Non lo sappiamo.

Ciò che sappiamo è che la foto ha attraversato, come le logiche dei social vogliono, una digestione virale: già circolata su alcuni siti bengalesi all’inizio di dicembre – un mese fa – è stata rilanciata ieri dopo un’intervista della giornalista della Cnn Rebecca Wright al padre. Come mai non ci eravamo indignati prima? Perché anche lo statuto delle peggiori immagini di guerra ha ormai subìto un livellamento al ribasso, facendosi carne da macello social. Di fianco ai cuccioli, all’edonismo più imbarazzante e alle foto della pizza.

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